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venerdì 2 settembre 2011

Yao Guai


L’uomo in vestito scuro e bombetta si avvicinò al fiume, con le labbra rigide sotto gli aguzzi baffetti neri, con occhi sicuri e risoluti. Lo schiavo nero, dai vestiti nuovi ma impolverati, era impaurito e lo precedeva.
“Sir Price, eccolo, eccolo. Deve essere lui!”
“Of Course, Badu. Calmati adesso, potremmo spaventarlo. Fallo avvicinare.” Rispose il gentleman inglese, con garbo.
L’uomo di colore, ubbidì al comando con prontezza. Arrivato all’argine del fiume, fece degli esasperati gesti al cinese sulla zattera al centro del fiume Huang He, attirando presto la sua attenzione.
“Arriva sir Price, arriva. Sta arrivando, si sta muovendo. Preparo la pistola? Sir, preparo la pistola?” sussurò ansioso lo schiavo. Il nervosismo che traspariva dai suoi movimenti guardinghi e le occhiate circospette, contrastava con la serafica calma dell’inglese.
“Badu, mantieni la calma e un rispettoso silenzio mentre tratto con quest’uomo, right?”
Badu annuì e si girò per osservare il cinese arrivare alla riva con la sua zattera, tirarla all’asciutto ed avvicinarsi con passi brevi e capo chino.
Inchinandosi, in un gesto di saluto reverenziale, disse: “Cosa desiderare il signore inglese?” in un biascicato inglese.
Sir Price non fu sorpreso: gli inglesi erano degli ottimi acquirenti, ma non avevano la pazienza di imparare altre lingue. “Chi vuole parlare con noi, deve farlo nella nostra lingua.” pensò.
“Ho saputo che tu raccogli i corpi dei morti trasportati dalla corrente del fiume in questa zona, dietro compenso, of course. Mi sbaglio forse? Qual è la tua parcella?”
“Se cercate bambino bianco, con camicia bianca e pantaloni neri, il mio compenso è troppo alto, signore. Lei dimenticare e tornare in Inghilterra.” Rispose l’uomo con sicurezza.
“Sono disposto a pagare trecento sterline, o se preferite in monete d’argento, ma devo recuperare quel corpo.”
“Dieci volte tanto signore, in argento! E il suo servo deve venire con me, oppure nulla signore.”
“Tremila sterline, in argento? Mio caro signore, lei esagera. Troverò qualcuno che lo farà per molto meno. Arrivederla.” Disse l’uomo inglese, sollevando la bombetta in segno di saluto.
“Nessuno entrerà nella terra di Yao Guai, solo io sono tanto pazzo per farlo. Dopo avere visto i suoi occhi di fuoco e le zanne di tenebra, solo io ho il permesso di andare nel suo territorio. La bestia ha fame e aspetta qualcuno per appagare le sue viscere. ”
“Andiamo Badu, troveremo un altro modo, a costo di andare noi stessi a recuperare il corpo.”
Badu guardò il cinese con uno sguardo tremante e febbricitante. La paura di quei luoghi così esotici e straordinari era adesso aumentata dal racconto del vecchio.

Il giorno dopo, la scena si ripropose identica. Badu, sempre più spaventato, aveva ottenuto il permesso di tenere la pistola carica in mano. Attirò l’attenzione del pescatore di corpi, che si avvicinò alla riva senza scendere dalla zattera.
“Sali, abbiamo poco tempo prima che il sole muoia.” Disse allo schiavo. Sapevano tutti e tre perché l’inglese era tornato al fiume e cosa teneva nella borsa di cuoio lo schiavo nero.
Badu guardò sir Price, e deglutì rumorosamente quando questi gli fece cenno di andare.

La zattera si mosse lenta, spinta dal grosso remo del cinese. Badu intanto si guardava intorno puntando la pistola verso tutte le canne mosse dal vento, i rospi che saltavano in acqua e ogni altro movimento che attirasse la sua attenzione.
“Cos..cos’è Iau Gay? È un uomo? È un animale?” disse il nero.
Il cinese non rispose e continuò a remare. Badu si innervosì, ma non osò insistere o minacciarlo: quell’uomo gli faceva paura. Cominciò ad intonare una nenia africana per scacciare gli spiriti maligni, dondolando il capo a destra e sinistra.
“I tuoi dei sono troppo lontani per aiutarti. Il figlio del tuo padrone è la.” Proferì il barcaiolo dopo qualche istante. Indicò un punto sulla riva occidentale del fiume, dove un piccolo corpo sporco di fango si faceva accarezzare dal’acqua.
Raggiunta la riva, lo schiavo scese dalla zattera per recuperare il corpo. “Prima lo recupero, prima torniamo indietro.” Pensò. D’un tratto il cielo si fece scuro e una densa nebbia giallastra circondò Badu. Il fiume smise di scorrere, ogni rumore si attutì fino a scomparire. Badu recuperò il corpo e si accorse di quello che stava succedendo solo quando fu immerso completamente dalla fitta nebbia. La paura lo inondò come una fredda marea, sbilanciandolo. Cadde sopra il corpo che doveva recuperare. Impugnò la pistola con le due mani e si guardò intorno freneticamente, incapace di alzarsi. Sentiva dei passi, pesanti e profondi. Un ringhio lamentoso gli provocò dei brividi sulla schiena che lo paralizzarono.
“Cinese, sei tu? Cinese? Dove sei? Nyame salvami tu!” gridò isterico mentre sparava un colpo verso la nebbia.
Prese il corpo del bambino dal colletto della camicia e lo tirò a se. “Mostro, mangiati lui, non mangiare me. Sono nero, lui è più buono! Hai sentito mostro… Iau Guy hai fame? Mangiati questo bambino.” Disse, scaraventando il bambino tra la bruma.
Un ruggito fece tremare l’aria e la nebbia esplose di luce. Il bambino scomparve, svanendo debolmente alla vista di Badu, terrorizzato.
Esplose un colpo. Poi un secondo colpo. Ed un terzo infine. Non vide sangue, non sentì grida di dolore: il mostro era ancora vivo. “VAI VIAAA!! VAI VIAAAA!!! Non mi mangiare… ti prego, non mi mangiare…”
Ma nessuno rispose alle sue suppliche. Il ruggito si faceva sempre più forte, rimbombava nella testa dello schiavo nero, mentre un acre odore muschiato riempiva l’aria.
Poi più niente. Nessun suono, all’improvviso. Nessuna luce abbagliante. Poi fu il buio.

L’inglese vide la zattera del cinese avvicinarsi alla riva, flemmatica quanto il suo padrone. Trasportava il corpo esangue del figlio, affogato il giorno prima mentre giocava vicino alla loro residenza. Non si scompose a vedere il cadavere del bambino, ne per l’assenza dello schiavo.
“Mi lanci la borsa, signore.” Disse il cinese. Sir Price eseguì con prontezza e restò a guardare mentre il pescatore di corpi calava il corpicino in acqua e lo spingeva col remo.
“La bestia ha saziato la sua fame, spero?” Chiese il gentleman.
“Yao Guai può essere appagato…mai sazio.” Rispose il vecchio allontanandosi e scomparendo tra i giunchi e le canne.

lunedì 22 agosto 2011

L'ultima raffica

11 aprile
Non so come é cominciata sta storia, se é stato un virus o una maledizione. Queste sono cose da film, che sono sempre lontani dalla realtà. Gli zombies non hanno paura del fuoco, non sono lenti e fortissimi e non vogliono solo il tuo cervello: vogliono tutto. Non assimilano niente, quindi hanno sempre e solo fame. Non si fermano mai.
La cosa più brutta peró, quella che rende difficile affrontarli, è che sono i tuoi familiari e amici. Hai mai provato a bruciare tua madre? Hai mai provato l'angoscia nel vedere tua madre a braccia tese, alla ricerca di un famelico abbraccio? Puntarle in fucile in faccia e non riuscire nemmeno a vederla perché hai gli occhi pieni di lacrime. Sentirla ancora che ti chiama per il pranzo, mentre in realtà sei tu il suo pranzo. Mamma, cazzo, perchè tu?!

12 aprile
Non ci sono riuscito nemmeno oggi! Lei mi ha dato la vita, non le posso dare la morte. Anche se forse é una liberazione. Cazzo, la vorrei abbracciare ancora...

15 aprile
L'unica cosa vera sugli zombies è che se gli spacchi la testa si fermano. Per sempre. Ho già fatto fuori Giorgio, Marco, il figlio di Giacomo, Franco, il macellaio del Conad e una ventina di altri che non ho riconosciuto. Forse uno era mio fratello. Cazzo, ci sto pensando un sacco e non riesco a farmene una ragione. Non posso aver ucciso mio fratello: zombie o no, era mio fratello. Cazzo, cazzo! Sono sicuro! Porca...

17 aprile
Il dottore dice che é un virus che ti rode il cervello. Siamo fottuti, ci mangeremo a vicenda, ci infetteremo gli uni con gli altri finché non resterà nessuno sulla terra. Siamo fottuti. Io non so quanto male abbiamo fatto per meritare tanto. Tutto é nato in Sierra Leone - o almeno così diceva la TV - da un virus. Alcuni archeologi hanno aperto un tempio in una foresta e si é scatenato l'inferno, una maledizione, l'apocalisse cazzo! Una dannata apocalisse.

19 aprile
Spero che arrivi presto l'esercito, se ancora ce n'é uno, a bruciare tutto. Non voglio diventare come loro, non voglio mangiare i miei amici. Non voglio che qualche fottuto virus mi mangi il cervello. Voglio trovare mia madre. Mamma, ti porto al sicuro, vedrai.

20 aprile
Spero che arrivino presto i rinforzi, che mandino qualcuno a prenderci. Siamo rimasti solo io e il dottore. E mi rimane solo una raffica...non resisteremo a lungo.

domenica 31 luglio 2011

CLERKS - Episodio III

“Ciao signore, c’è Resintel ‘ntevil?” disse il ragazzino entusiasta al commesso del reparto gaming, con un luccichio negli occhi che traspariva un grande desiderio.
“Ciao, aspetta che controllo. Per quale console?” rispose cordiale il commesso, avvicinandosi al computer.
“Per la piessetrè lo voglio, io però ho la piessepì, però ci gioco da mio cugino che è qua in vacanza e poi però se lo porta via quando finisce l’estate, perché ora è in vacanza qua, ma poi se ne deve andare e non può rimanere e io glielo regalo perché gli piace assai pure a lui.” Rispose il bambino, tutto d’un fiato, trepidante in attesa del responso.
Il commesso sorrise e con la cordialità di sempre disse: “Mi dispiace, ma Resident Evil l’ho finito, però se guardi in vetrina magari trovi qualche altra cosa che ti piace."
Il ragazzo si afflosciò all’istante e guardò nauseato la vetrina dei videogames. Intanto arrivarono altri due ragazzini, che si avvicinarono al primo e gli chiesero informazioni su “resinen devil”, ma la notizia negativa li fece ammosciare ed imprecare con un “mannaia a la madosca, però!”
Il commesso li guardò con aria assente, pensando a quando era piccolo e giocava con le figurine, o a calcetto vicino alla fiumara, e si allontanò per tornare alle sue mansioni.
“ECCOLO!!! ECCOLO!!!” gridò uno dei tre bambini, facendo sussultare il commesso. “Eccolo, l’ho trovato, mi ha detto che non c’era!!!” rincarò il ragazzino dirigendosi al bancone.
“Ma perché mi hai detto che non c’era? Guarda! L’ho trovato” disse mostrando un videogame al venditore.
“Ma questo è Shellshock, non è Resident Evil.” Osservò il giovane, leggendo il nome del gioco.
“No è Resintel ‘ntevil! L’ho riconosciuto subito! Leggi qua: Un passo dall’Inferno! L’Inferno è un livello di Resintel, capisci?!”
Il giovane venditore rimase basito da quell'affermazione. "Possibile che siamo arrivati a questo punto?" Pensó "questi bambini conoscono il mondo tramite i videogames".
"Piccolo, l'inferno non é solo un livello di Resident Evil: l'uomo, da secoli ormai, chiama Inferno il luogo dove vanno le anime delle persone cattive quando muoiono."
Il bambino rimase basito, incredulo di fronte a quell'affermazione. Come un motore messo a folle, aspettava che qualcuno ingranasse una marcia per riprendersi. E la marcia la ingranó il più grande dei tre, con un sonoro scorci di coddu.  "Te l'ho detto che non era quello, testa di bajjolu" aggiunse dopo il colpo, e tirando l'amico per la maglietta uscì. 
Appena in tempo, prima che una giovane signora chiedesse: "Avete cd della Verbania? Quelli che si scaricano le canzoni. Ma datemeli originali altrimenti saltano."

martedì 5 luglio 2011

Tecnolimpo - Alba digitale

Caterina guarda l’alba, assorta nel biancore del cielo primaverile. Il suo sensore CMOS Exmor R™ della Sony® cattura l’immagine in alta qualità e la passa all’elaboratore grafico. In pochi millesimi di secondo, il processore elabora i dati contenuti della RAM.
Caterina – o per meglio dire: il modello K4-TR matricola 0023 – ricerca tutti i TAG “Alba” nel suo database di definizioni e capisce che dovrebbe essere affascinata dallo spettacolo che le si presenta davanti. I servomotori del viso, grazie alla subroutine apposita, piegano le labbra di silicone e fibra Lorica™ in un’imitazione dello stupore umano.
I modelli di 4° generazione, della serie K di TronicRobotic® sono caratterizzati da una programmazione ad alta sensibilità ed estrema bellezza. Il modello 0023 – pardon, Caterina, come preferisce farsi chiamare – ha la pelle olivastra e occhi scuri, i capelli in fibra Kanekalon™ sono ricci e castani e le donano un aspetto molto mediterraneo. Per questo è stata mandata a Scilla.
Guardare l’alba sullo Stretto di Messina la distoglie per qualche centesimo di secondo dal suo progetto iniziale, ma il suo processore multitasking octa-core da 20 GHz riprende subito il controllo dei dati sulla missione.
La centrale idroelettrica Cariddi, posizionata nello Stretto di Messina, è il cuore energetico della Penisola: convoglia le correnti sottomarine e le trasformar in energia elettrica grazie alle mirabolanti turbine che affiorano dall’acqua. Da quando le centrali atomiche di Biblis (Germania) e Gravelines (Francia) hanno reso il nord Europa un deserto radioattivo, a seguito del catastrofico conflitto bellico tra le Nazioni Unite e i terroristi islamici, i governi rimasti hanno bandito l’energia nucleare. Ed ora che il petrolio si è definitivamente esaurito, sfruttare la natura è l’unico modo di ricavare energia.
Dopotutto la guerra per l’energia è appena cominciata e Caterina ne è dentro. Il suo ruolo? Sorvegliare il sito energetico sullo Stretto di Messina. Chi l’ha ordinato? Il governo, chi altri?! La serie K4-TR è la squadra robotizzata del governo italiano, agli ordini diretti del capo di stato maggiore dell’esercito.
I sensori sismici posizionati nella pianta dei piedi e i radar le segnalano dell’attività anomala: è ora di intervenire. Avvicinandosi all’acqua del Mediterraneo, Caterina prepara i repulsori inferiori. Non sente il gelo dell’acqua marina, ma misura i 12,8° C e i 2,89 nodi della corrente. Entra in mare come se stesse camminando in un sentiero di montagna, senza fatica, spostando i flutti come arbusti impotenti che si richiudono alle sue spalle.
Alla completa immersione, i repulsori posizionati ai polpacci nudi vengono scoperti da pistoni idraulici e spingono la ragazza cibernetica tra i flutti, come un missile antropomorfo.
Tutto si tinge di blu, mentre le laminarie – quasi del tutto distrutte dalla presenza imponente della centrale – danzano come in una coreografia della Graham. La fauna del tutto estinta, triturata negli anni dalle turbine, lascia il posto alle boe sottomarine Kompass® e non disturba il procedere rapido di Caterina.
Solo un piccolo siluro ad arpione, inseguito da centinaia di bolle, rompe la monotonia del mare e mette in allarme Caterina. L’acqua si riscalda impercettibilmente, un sottile fascio di luce rossa tinge l’acqua di viola creando un’atmosfera di pericolo. Ma il pericolo termina con l’esplosione del siluro, ad una distanza di 10 metri dal robot. I raggi laser installati nell’iride di Caterina hanno fatto il loro lavoro. Gli ingegneri TronicRobot® avranno preso spunto dall’animazione giapponese per mimetizzare le armi della serie K4TR?
Il sonar di Caterina individua cinque uomini, con battiti accelerati ed evidente ostilità. Localizza i loghi sulle mute e comprende che ha davanti dei terroristi. Facile immaginare che il grosso pacco che due di loro trasportano legato a delle boe sia esplosivo. Immaginare? Si, Caterina chiama così il suo elaboratore probabilistico.
Potrebbe finirli a distanza con i laser, ma decide di non ucciderli: la vita è un bene prezioso, è implicito nella prima regola. Punta il dito contro gli invasori e, da sotto la lunga unghia rossa, parte una scarica elettrica da 180 KiloVolts che si propaga facilmente nell’acqua stordendoli dopo qualche spasmo. La tela che copre l’esplosivo non protegge il timer digitale dal campo magnetico generato dall’alta tensione, che si guasta facendo fallire miseramente il piano banale e inefficace.
Caterina non si chiede perché l’uomo cerca di distruggere se stesso e il mondo che lo ospita, sa già che lo fa per i soldi, per il potere o per pulsioni del suo sistema nervoso. Sa che l’uomo va protetto, sa di essere lo strumento che lo difenderà. Sa che il suo compito è lottare per porre fine alla guerra, prima che la guerra ponga fine all’umanità.

mercoledì 29 giugno 2011

CLERKS - Episodio II

“Non si fa così, non si fa proprio così!" Gridò il vecchietto rubicondo alla cassiera. Era entrato a passo svelto, agitando il bastone che teneva in mano, sostenuto dalla collera. Era visibilmente arrabbiato e puntava alla cassa, lasciando basiti i clienti e i commessi. La cassiera accusata, si alzò dalla sedia e cercò di parlare, per chiedere spiegazioni, per aver un chiarimento, ma fu inutile.
“Non ci si comporta così, io sono anziano, voi dovete avere rispetto. Si, si lo so! Ma non mi interessa, avete capito?! Ho aspettato fino ad ora e non è venuto nessuno. Sono stato in balcone a prendere aria - lo sapete che vuol dire stare in balcone alla mia età?!- e non è venuto nessuno. E nemmeno avete telefonato!"
Raggiunta la cassa, si appoggiò ansante al box guardando la cassiera, battendo il bastone a terra per sottolineare le frasi e richiamare l'attenzione.
Il responsabile del negozio, Mario, uscì da suo ufficio, richiamato dal vociare, e si avvicinò al vecchietto determinato.
Questi intanto continuava ad inveire con frasi fatte del tipo “non c'è più rispetto", “il cliente ha sempre ragione", “ai miei tempi...", boccheggiando di tanto in tanto.
“Ma tu guarda questo! Ha deciso di sclerare qua sta mattina!" pensò Mario guardando l'anziano e facendo un gesto d'intesa alla cassiera.
“Saaaalve, la posso aiutare?" disse Mario con voce sostenuta per attirare il cliente adirato.
Il vecchietto si girò, lo guardò da capo a piedi più volte, lasciando tutti in un trepidante silenzio.
“Non si fa così, Lo sa lei?!" ricominciò il vegliardo “Non ci si comporta così! Io sono anziano, voi dovete avere rispetto. Ah! Non mi interessa quello che dice, sa?! No, per niente! Ho aspettato fino ad ora, sa?! E non è venuto nessuno. Sono stato in balcone a prendere aria - lo sa che vuol dire stare in balcone alla mia età? - e non è venuto nessuno. E nemmeno avete telefonato! Potrei essere tuo nonno: lo rispetti a tuo nonno tu?! Eh?"
Stordito dalla valanga di parole, Mario scosse la testa per riprendersi e mettere in chiaro le idee.
“Allora, si calmi un po' e mi spieghi che cosa è successo."
“Non mi calmo un bel niente! Sono stato in balcone io, a prendere freddo. E voi non siete venuti. Non avete nemmeno chiamato. Io ho chiamato e mi ha risposto una signorina che mi diceva “il numero che avete chiamato non esiste, provate a controllare". Ma benedetto signore, se io ti chiamo e tu mi rispondi com'è possibile che il numero non esiste? Che poi secondo me è una che fa scherzi: ieri ho chiamato a mio figlio sul telefonino e mi ha risposto sempre questa qua e mi ha detto “il cliente chiamato non è raggiungibile, chiamate più tardi”. Boh, che vuol dire che non è raggiungibile? E quantu veloci vai me fijjiu? Però io le ho detto di avvertirlo che avevo chiamato, quando lo raggiungeva. E invece non gli ha detto niente! Non c'è rispetto, non c'è!"
Sbigottito al sentire queste parole, Mario trattenne una risata e, capendo la situazione, prese il vecchietto a braccetto e lo allontanò dalla cassa dicendo: “Ma si, sapete, è gente scostumata, non capisce. Venite con me su.” Fece dei segni alla cassiera, come ad intendere di continuare a lavorare e si spostò verso il suo ufficio. Fece accomodare il cliente che nel frattempo si era calmato sentitosi compreso, avendo ottenuto l’attenzione che cercava.
“Allura, cuntatimi chi succediu!” disse Mario, parlando in dialetto per avere un tono più confidenziale.
“Vi stavo aspettando, mi avete detto che sareste venuti in mattinata, ma sono le quattro del pomeriggio, Benedetto il Signore! E ancora non si vede nessuno!"
“Ma a chi aspettavate? E soprattutto: cosa aspettavate?" incalzò Mario insospettendosi.
“Ma come chi? VOI! Aspettavo che mi portaste il frigorifero che ho comprato ieri!" rispose il vecchio con un tono che manifestava una chiara irritazione di fronte ad un evento che avrebbe dovuto essere ovvio.
“Frigorifero? Ma qui non vendiamo frigoriferi. Questo è un negozio di abbigliamento!" disse Mario incredulo e al contempo divertito.
“E vabbhò fijju, ma tanto ca siti tutti cu nu patruni, o supra o sutta è tutta a stessa cosa!” continuò il vecchietto ancora più stizzito.
“Aaah! Quindi lei pensa che i 57 negozi del centro commerciali siano tutti dello stesso proprietario e che io sia a conoscenza della consegna del frigorifero, anche se lavoro in un negozio di abbigliamento." Riassunse Mario. Si alzò sorridendo, prese il cliente per un braccio e lo aiutò ad alzarsi. Poi senza aggiungere altro, lo accompagnò nel negozio di elettrodomestici del centro commerciale e lo lasciò alle casse, sorridendo e salutando un gesto della mano. Tornato in negozio raccontò l'accaduto ai colleghi e ai clienti curiosi che avevano visto la scena, provocando le risate di tutti. Ricordando dolcemente all'ingenuo vecchietto, pensò: “Starà facendo la stessa scenata pure la?" e con questo dubbio, ritornò al lavoro.

lunedì 20 giugno 2011

LENTE PERCEZIONI

Mi piace stare nell’appartamento di Milena. Mi piace quando mi chiama. Bhe la maggior parte delle volte è perché ha bisogno di qualche lavoretto in casa: annaffiare le piantine, il lavandino che si intasa, la lampadina fulminata… ecco ora sono qua proprio per una lampadina fulminata.
È una brava ragazza, molto simpatica. Devo dire che è davvero molto bella, mi ha lasciato proprio senza fiato la prima volta che l’ho vista nel palazzo. Sarà per questo che ha così tante amicizie.
Ma no che centra, è il lavoro che fa che porta tutti ‘sti ragazzi a casa sua. Fare massaggi rende molto, mi diceva ieri. Se una è brava poi la voce si sparge e i clienti arrivano da soli. Come l’ amico mio Ezio che aggiustava i computer anni fa, che non c’erano mica tutti ‘sti negozi di informatica come ora. Lui aggiustava i computer degli amici, poi la voce si è sparsa ed ora fa il macellaio al reparto salumi alla Coop. Però i computer glieli portano ancora per farseli aggiustare.
Milena invece fa solo i massaggi, forse gli escono meglio dei computer di Ezio perché lei non ha bisogno di lavorare alla Coop. Forse fa anche la cantante: ogni tanto sento che fa degli esercizi con la voce. Cose tipo vocalizzi: “Aaaaaaaah, oh oh oh, si, si, aaaaaaaaaaaah”. Bho non ne capisco tanto.
Ora è di la con un cliente, e mi pare stia facendo anche gli esercizi. Non si capisce bene, le porte sono chiuse ed io sono qua a terra. Sono caduto dalla scala, ma non credo di essermi fatto male: non sento nessun dolore. Però non riesco a muovermi, forse sono svenuto e non me ne sono accorto. Non sento nemmeno il freddo del pavimento di marmo. Ah, lo diceva sempre mio padre che sono un po’ lento e le cose le capisco sempre dopo. Ma ora l’ho capito: non riesco a muovermi perché sono svenuto. Ora chiudo gli occhi e resto qua finché non rinvengo. Tanto tra un po’ Milena viene e mi sveglia.

Uff… credo sia passato tanto, almeno mezz’ora e non sono rinvenuto. Comincio a pensare di essermi sbagliato, forse non ero svenuto. In effetti vedo il muro, la porta e le mosche che svolazzano basse, e sento le automobili che passano e i rumori dell’altra stanza. Solo che non riesco a muovermi.
Mi sa che di la hanno finito, sento parlare. Mi pare che stiano litigando però. Forse Milena gli ha chiesto troppo, o questo tipo si lamenta che non gli è piaciuto il massaggio. Impossibile, secondo me lei è bravissima.
Forse hanno aperto la porta, ora comincio a sentire meglio. Lui le sta dicendo delle brutte parole, tipo che è una poco di buono, una donnaccia, però con altre parole più volgari. Lei invece gli ha detto “stronzo, vattene via da qui. Porco infame”. Se la sentiva mia mamma si arrabbiava, una signoria non dovrebbe dire queste parolacce.
Ora sicuramente entreranno in cucina e mi vedranno a terra. Magari chiameranno l’ambulanza, che ridere! Si prenderanno un bello spavento quando vedranno la macchia di sangue che si allarga sotto la mia testa. Ma io non sento niente, quindi sto bene.
Intanto di la hanno smesso di gridare, però lui diceva che la voleva ammazzare, che era solo sua e non doveva farsela nessun altro. Che vuol dire “farsela”? Sto tipo è proprio strano. Da un mesetto viene qua quasi tutti i giorni e ogni tanto l’ho visto litigare con altri clienti. Un tipo poco raccomandabile: la mamma direbbe che è un tipo proprio-proprio pochissimo raccomandabile. Che poi è un omone di due metri, larghissimo. Non grasso, non ha la pancia come mio padre, ma è proprio larghissimo. Tipo Inoki o Baba. Inoki però è più forte: una volta ha battuto pure l’Uomo Tigre!
Oh ma la sta picchiando. Si, lei sta dicendo che le fa male se le tira i capelli e sento rumori si schiaffi. Ora mi alzo e lo fermo. Non mi interessa se è grosso, a Milena non la deve picchiare. Ah già: non riesco a muovermi.
Che sono ‘sti rumori? Sembra che stanno sbattendo qualcosa contro la porta. Forse hanno capito che sono qua e cercano di sfondare la porta. Ma non fanno prima ad aprirla? Forse è bloccata.
Mi sa che hanno fatto pace: Milena non grida più, però continuano a colpire la porta. Però dopo dieci colpi l’avrebbero dovuta aprire. Forse questo tizio non è tanto forte come sembra.
Gli è caduto qualcosa a terra, lo vedo da sotto la porta. Non entra più luce da sotto la porta, però sta passando qualcosa. Un liquido scuro, sicuramente hanno rotto qualche bottiglia. Ora ho capito: volevano fare pace bevendo un po’ di vino e si è rotta la bottiglia. Infatti sembra rosso quel liquido sotto la porta. Però non ho sentito rumore di vetri rotti.
Il tizio continua a dire “Oh mio Dio, che ho fatto, oh mio Dio” e bla bla bla. Quante storie per una bottiglia di vino. Però pure papà si arrabbiava se si rompeva la bottiglia del vino o la rovesciavo sulla tovaglia. Si arrabbiava e mi chiamava “stupido ritardato”. Però solo perché era arrabbiato, poi però mi chiedeva scusa sennò la mamma piangeva.

Il tizio se ne è andato da un bel po’. Forse è uscita anche Milena, perché non la sento parlare. Non sento nemmeno rumori. Vedo solo quella macchia di vino che si allarga e mi sta quasi raggiungendo. Ha lo stesso colore del sangue che mi sta uscendo dalla testa. Forse però non è vino.

Milena è morta. L’ha detto una voce dietro la porta. Da sotto la porta vedo le ombre dei piedi che passano per prenderla e portarla via. Uno diceva che ha la testa fracassata. Forse pure io ho la testa fracassata. Però non voglio essere morto. Forse non mi muovo proprio perché sono morto. Però vedo e sento. Bho, ancora non mi sono accorto che sono morto.
Povera Milena, siamo morti insieme. Preferivo che restavamo vivi insieme. Mi piace stare  nell’appartamento di Milena. Mi piace quando mi chiama. Bhe ora non mi chiamerà più, credo. Mi sento triste.
Gli infermieri se ne sono andati, pure i poliziotti. Hanno detto che ora sigillano l’appartamento e non deve entrare più nessuno. Però io poi posso uscire, appena di alzo da terra.


Sto pensando che non mi alzo più da terra. Forse mi sono rotto la schiena. Nei film dicono così: se ti rompi la schiena poi resti paralizzato. Si, sicuramente mi sono rotto la schiena.
Vorrei potermi muovere per cacciare via ‘ste mosche che sono venute a mangiare il mio sangue. Pussate via moscacce! Ora che comincia a fare buio ho un po’ di paura a stare solo. Chissà se mi troveranno presto oppure dovrò dormire a terra questa notte. Mamma e papà non sapevano che venivo qua. Non gli piaceva Milena a loro. A me si però, mi piace tanto.
Però ora è morta, chissà se morirò pure io. Mi sento un po’ triste. Voglio tornare a casa. Mamma vieni a prendermi.

mercoledì 15 giugno 2011

CLERKS - Episodio I

Sandro si avvicinò al responsabile del negozio con fare minaccioso. Era rosso di rabbia e il suo respiro pesante e rumoroso accompagnava i passi lenti che lo dividevano dalla sua preda. Era un leone ferito e niente lo avrebbe fermato.
La stecca di legno che teneva rigidamente, puntava il pavimento e vibrava: da li a poco si sarebbe spaccata in mille schegge di tenero abete. La distanza era sempre minore.
Mentre una signora di mezz’età un po’ svampita si allontanava dal responsabile, ancora di spalle rispetto a Sandro, la sbarra di legno si sollevo lenta e inesorabile. L’ora era giunta.
Erano mesi che sognava quel momento, detestava quell’uomo per la sua incoerenza, per la sua ipocrisia, per la sua vanagloria e per avergli fatto fare l’ennesima figura di merda davanti ai superiori. Basta, era stanco.
Rocco, il responsabile del punto vendita, si stava girando col suo solito sorriso ebete stampato sulla faccia da scimmia. La mascella prominente e gli occhi piccoli esprimevano la sua ottusagine, i capelli radi e unti dal gel formavano una grottesca parodia di un ciuffo Pompadour.
Era contento, aveva appena chiuso una vendita incredibile: la cliente voleva una lavatrice economica e lui l’aveva convinta a prendere una lavasciuga su cui aveva un ricarico del 40%: la “Capa” sarebbe stata entusiasta di lui.
E mentre gongolava pensando agli elogi, fantasticando su eventuali ricompense “in natura” della titolare, vide una saetta ocra dirigersi velocemente verso il suo volto neandertaliano. Non ebbe il tempo nemmeno di alzare le mani che lo scontro era avvenuto.
Sandro teneva la stecca con tutte e due le mani. L’impatto disastroso l’aveva sbilanciato, ma non era caduto. Fissava Rocco, prono, privo di sensi, sul pavimento chiaro del negozio. Il respiro si faceva più affannoso, il legno, ormai spezzato e pieno di schegge, tremava ferocemente in attesa del secondo colpo.
Ed arrivò presto. Alla schiena, senza rifletterci. Sandro lanciò quel che restava della bacchetta di abete sulla grossa schiena lardosa che aveva davanti e poi cominciò a prendere a calci nei fianchi e sulla gambe il corpo intontito.
Rocco si riprese lentamente e si girò mentre il sangue sgorgava dalla guancia glabra, ora coperta di schegge. E mentre incassava i colpi di Sandro, sempre più veloci e forti, si coprì il volto è disse con voce stentorea:
“Ragazzo, ma questa lavatrice è in offerta? Ehi, ragazzo lo fate lo sconto?!?!”
“Eeeeeeh? Ma che…?” rispose Sandro, incredulo e frastornato. Che era successo? Dov’era Rocco, il sangue, le schegge…? E che ci faceva là quella vecchietta incartapecorita, col tuppo, vestita a lutto e con una borsa di ecopelle che ci starebbe dentro un maremmano? Ma che cazzo stava succedendo?!

Dopo qualche istante di smarrimento si rese conto di aver sognato ad occhi aperti, Rocco era davanti a lui, ad una decina di metri, e stava andando nel suo ufficio, col solito sorriso ebete, senza sangue ne schegge… nemmeno una!
“Ma stai dormendo? ‘Nciu dicu a Roccu! M’avi a fari u scontu!” Incalzò la vecchietta con temperamento da sergente dei Marines.
“Ehm si…si è in offerta signora. C’è nel volantino.” Rispose Sandro, cercando di prendere tempo, sfogliando un depliant delle offerte della settimana.
Si sentiva uno stupido, un perfetto idiota! Si era sognato tutto, da sveglio, in mezzo al negozio. Chissà che hanno pensato i clienti guardandolo? Quel bastardo di Rocco avrebbe pagato anche questo.

Il rientro a casa fu un sollievo. Uscire da quel negozio di elettrodomestici, dopo una mattinata passata a scaricare merce, assistere clienti ignoranti e fastidiosi e, soprattutto, a sopportare Rocco, era una liberazione. Ma in realtà era solo l’ora d’aria. La pausa pranzo durava solo 2 ore, e non c’era tempo di riprendersi. “Speriamo che il pomeriggio passi velocemente” pensò entrando in casa e salutando la madre.

“Com’è andata oggi?” chiese la madre dopo qualche minuto di silenzio, durante il pranzo. Sandro raccontava sempre qualche richiesta assurda dei clienti o qualche situazione strana, spesso riferita all’inettitudine dei superiori.
“Lasciamo stare, sembra che oggi i pazzi si siano riuniti all’Ipercasa. Pensa che uno oggi mi ha chiesto se avevo una presa a scatti!” disse con aria rassegnata e stanca. L’Ipercasa era il centro commerciale dove lavorava, al reparto elettrodomestici.
“Presa a scatti?! E che è?” chiese la madre divertita e incuriosita.
Sandro sorrise finalmente, e prese e sfogarsi. La madre aveva raggiunto il suo scopo facilmente quel giorno.
“Niente… arriva sto tipo con l’aria da disperso tipo sbarcato ora sulla Terra. Si avvicina e mi chiede se avevo una “presa a scatti”. Non riuscivo a capire che voleva: presa starter, cavetto televisivo, cosa per collegare il sat. L’ha chiamato in tutti i modi. Vai a capire che è sto “sat”!” disse con tono sempre più eccitato. Gli piaceva raccontare questi eventi mettendoci una nota di ironia, rendendoli grotteschi a volte per suscitare più interesse.
“Fattostà che alla fine ho capito che era ‘sta fantomatica “presa starer”: era un cavetto SCART, un semplicissimo cavo scart, capisci?” chiarì tra un boccone di pasta e un sorso d’acqua.
“Poi è arrivato uno più tecnologico, più aggiornato. Questo qua voleva una “porta accaddì”!” continuò con un tono che sembrava dire: ma ti rendi conto che richieste? Ed aggiunse: “Non mi ha chiesto un cavo HDMI, sarebbe troppo difficile, no. Mi ha chiesto una porta accaddì.”
Lasciò la madre ridere per qualche minuto, finendo di mangiare i suoi rigatoni alla norma, raccogliendo la salsa di pomodoro rimasto con una fetta di pane. “Non si può sprecare un sugo così buono” pensò.
“Poi è arrivata una signora, una zitellona di mezz’età, che voleva un computer. Arriva, comincia a dire che non ne capisce niente, che vuole un consiglio, che gli dobbiamo installare i programmi, tutta con aria fashion e provocante. Mi scappavano le risate solo a sentirla parlare. Bhe gli propongo un notebook Toshiba e questa mi risponde <<Ma perché Toschibba fa pure computer?>> Ti rendi conto? E poi comincia ad elogiare Acer solo perché ce l’ha sua nipote. Che me lo pronuncia “Toschibba” e non “Tosciba” vabbhè è un classico ormai.”
La madre di Sandro aveva mollato la forchetta e teneva il bicchiere in mano ma non riusciva a bere per le risate, immaginando le scene che le stava raccontando.
“Si, mica è finita qui” incalzò Sandro “questa doveva fare una finanziaria e quando ho chiamato Rocco per inserirla, lo guardava con aria maliziosa e ammiccava, si passava la lingua sulle labbra così” imitò il gesto con palese esagerazione per suscitare ancora più ilarità “e poi gli fa: <<ci imboschiamo nel suo ufficio, caro? La inseriamo qua la pratica?>> Ma ti rendi conto?” disse scoppiando in una sonora risata, accompagnando quella della madre che era quasi con le lacrime, mentre ancora l’acqua del bicchiere era in attesa di essere bevuta.
“Ma la più bella di tutte è successa quando sono arrivato a lavoro. Ero ancora al telefono con Nina, stavo parcheggiando vicino al negozio. Tiro il freno a mano, saluto Nina e stacco l’auricolare. Mi giro per aprire lo sportello e mi vedo un nasone schiacciato contro il finestrino. Ho fatto un salto che non hai idea!” Mimando un sussulto da spavento, ridendo a quel pensiero.
“E sto tizio mi guardava e mica si spostava? Ho dovuto aprire il finestrino per dirgli se mi faceva scendere, e invece di spostarsi si è messo con la testa dentro la macchina. Poi mi ha messo in mano una busta tutta sgualcita, puzzolente e pure sporca di mollica di pane – spero fosse mollica di pane – e mi fa << me lo dovete cambiare, siete degli imbroglioni, non vegnu chiù ca ‘nti vui>>” imitando il cliente, ingrugnandosi e sfoderando una voce gutturale e un tipico accento dei paesi Aspromontani.
“Al che mi dico di calmarsi, che ancora il negozio è chiuso e che tra qualche minuto apriamo. Gli torno la busta, schifato, e apro lo sportello. Pensi che si spostava? Niente, l’ho dovuto quasi spingere. E poi mi inseguiva, e mi fa: <<E perché ora non me lo puoi cambiare?>>. Tu lo sai che quando mi fanno incazzare prima che mi sveglio completamente poi sono intrattabile. Mi sono girato e gli ho chiesto che lavoro facesse. Questo mi dice che è un allevatore e vende ricotte e formaggi. E io subito gli ho risposto: << E vendetemi ‘na pezzotta di pecurinu, ora! Subito!>>” gesticolando come aveva  fatto la mattina, puntando il medio verso il basso, intimando impazienza.
“Oh, ma’! E’ rimasto di merda! Poi mi dice: <<Eh ma ora non posso!>> e io gli rispondo <<E manco io, arrivederci>>. Sono entrato nel negozio, che c’erano ancora le serrande mezze abbassate e l’ho lasciato la.
Poi quando hanno alzato le serrande questo è entrato ed è andato dritto da Peppe, quando mi ha visto ha cambiato strada. Poi Peppe mi ha detto che aveva una zanzariera elettrica nella busta e pensava che fosse una “stufa endogena” – non alogena, non confondiamoci - ,  che non riscaldava e quindi era rotta.”
Il pranzo continuò così, tra i racconti di Sandro, le risate della madre, il sottofondo del TG2, sotto gli occhi incantati di Fuffi, il loro persiano, che aspettava silenzioso il suo pasto.